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La mattina a San Pellegrino in Alpe non arrivava mai tutta
insieme.
Prima arrivava il freddo, poi il silenzio, poi le voci sbagliate.
La verità, se arrivava, lo faceva più tardi e senza salutare.
Gino Balocchi si svegliò con una certezza e un mal di testa
democratico, equamente diviso tra Toscana ed Emilia.
Bevve un caffè che sapeva di punizione e sfogliò il Corriere
dell’Alpe e delle Cose Perse. L’aveva scritto lui, ma non se lo
ricordava.
Titolo: “Delitto al confine: il morto non dichiara
residenza”.
Soddisfatto, uscì.
Il primo sospettato emerse naturalmente, come succede
nei paesi piccoli: non perché colpevole, ma perché
disponibile. Era Arturo detto “Il Professore”, che
professore non era mai stato, ma leggeva troppo e quindi
non era affidabile.
Il commissario Passalacqua lo interrogò per tre ore su una
sedia scomoda.
«Lei dov’era ieri sera alle nove e diciassette?» chiese.
«A pensare,» rispose Arturo.
Errore fatale.
Nel frattempo, Gino era al Dopolavoro. Donato stava
pulendo bicchieri che non sarebbero mai stati puliti
davvero.
«Il morto,» disse Gino, «che beveva?»
«Grappa,» rispose Donato. «Ma sbagliata.»
Gino si fermò.
«In che senso?»
«Toscana,» disse l’oste. «Lui la voleva emiliana. O viceversa.
Non ricordo.»
Era importante. A San Pellegrino ordinare la grappa
sbagliata era una dichiarazione politica.
«E chi gliel’ha servita?» chiese Gino.
Donato indicò il bicchiere ancora sul banco.
Era diverso dagli altri. Più spesso. Più pesante. Più
colpevole.
Gino capì che il sospettato non era Arturo. Arturo pensava
troppo. Qui, invece, qualcuno aveva agito senza pensare
abbastanza.
Pagò, o fece finta, e uscì.
Nel frattempo, il commissario stava ancora interrogando
Arturo sul senso della vita e sulla differenza tra confine e
frontiera.
Gino sorrise.
Il colpevole era vicino.
E probabilmente stava bevendo dal bicchiere sbagliato.